
Nome: Samuele Zerbini
Sono nato nel '76, appassionato lettore. Spendo tutto il mio stipendio in libri e compact disc. Spendo tutto il mio tempo a seguire le mie passioni, e ogni giorno mi meraviglio della bellezza della vita. Se mi vuoi scrivere s a z e r b i @tin.it
Ah, quando cadono le foglie
Alla Corte del Melograno
ATELIER DI SCRITTURA
Chissà se la riusciamo ad accendere..
Dal Giappone
Daniele Medri, l'esperto
Elena, la piccola fiammiferaia
Il Blog di Carlo Gambescia
Il Grande Mauro Calbi, da Cattolica
Il Magnifico Conte Mac's
Io l'ho visto. E voi non potete capire.
La Cittadella
Le Colibrì...
Lola Corre
Mattiazzi. Detto il grande.
Monte Cerignone e dintorni
Nove mesi a Valencia!
Nove mesi in Slovacchia
Romanzetto breve...
Shiningrain
Una Farfalla Notturna
unattimoprima
Valinaa
visitato *loading* volte
Trovare in una tasca di una giacca dismessa una banconota, vedere alla mattina svegliarsi di rosa il cielo, avere tempo per passeggiare lungo il selciato del vecchio paese dove la mia famiglia ha origine.
Ricevere un'email di una cugina cara, sognare, sognare intensamente.
Scrivere, leggere -e a volte, anche se a fatica, far tornare i conti con la vita-.
Non avere un soldo in tasca, ma sapere come trovarli. Crescere, vivere intensamente.
Viaggiare in tutta Europa, osservare da sopra la pioggia, come Lindbergh, un tramonto lunghissimo e vasto.
A questo mi sto dedicando, negli ultimi tempi.
Sembra un plazer stilnovista, Guido i' vorrei che tu Lapo ed io. Lapo dovevo chiamarmi, e invece scelsero Samuele.
Samu i' vorrei, che tu Lapo ed io.
Avere, talvolta, nostalgia di qualche amico lontano, di qualche altro amico che vorrei vedere più spesso, e sentire stringere la mancanza di chi invece rivedrò soltanto l'Ultimo dei giorni.
Amare alla stessa maniera la pace dell'Appennino e il ruggire d'acciaio di macchine e camion e fabbriche.
Vivere, desiderare intensamente, e vivere altrettanto forte.
Desidero l'alba di ogni nuovo giorno, il rumore del mattino, la pace del meriggio (pallido, assorto talvolta), lo sfavillio della notte.
Desidero, sogno, vivo.
E'un po'di giorni che ho in testa un pensiero. Ho sempre amato giocare con le parole, le ho sempre sentite quasi fisicamente: quando leggo, quando scrivo o parlo, o qualcuno scrive e parla, mi pare di vederle contorcersi docili nell'aria ai colpi di maglio (o di pennello, o di fioretto) che che dal nulla le sta creando infligge loro. Un mago che costruisce cio' che non c'e', una polvere stellata che si fa carne o pietra o uomo o sogno, diventa viva e un'istante dopo aver vissuto e' cristallo eterno, e chi l'ha ascoltata vede brillare in se' un poco della sua sostanza.
Ho letto questa cosa di Giovanni Lindo Ferretti. Giovanni Lindo Ferretti e'uno che il deserto l'ha attraversato, ha visto la fine, s'e' immerso nel profondo rosso e ne e' uscito, e per questa lo stesso gruppo di mezzi fighetti intellettualoidi che prima l'osannava ora lo considera un traditore. Ma chi ha trovato la Casa che cercava, quale preoccupazione puo' piu' avere?
Il Chiodo
Il chiodo è ai sedentari:
ove lo pianti resta inchiodato
ultima minimale derivazione edile
il nodo si snoda, si riannoda all'occorrenza
certifica l'arrivo del nomade
e ne dice la partenza
Nomade è un combattente
subisce la forza organizzata e
infligge la forza della sua indomabile presenza
suo rifugio è il deserto:
più facile dirlo in negativo cosa non è
trova la via, la verità, indirettamente
nodo e chiodo dell'uomo è la poesia
poesia è subire la forza dell'essere combattendo
è un'arma la parola
un'arma il tono, il ritmo, forma e sostanza -preziosa-
deve essere forte la parola anche quando è leggera
quando si fa sinuosa
-un rapimento-
un'estasi che brucia e fa silenzio intorno
far fiorire il deserto
primo ed ultimo mondo
qui, ora, s'adora l'apparenza
cosmetica idea di bellezza che nasconde e appiana
ma la bellezza è luce e brilla di verità
non tanto liberare la fantasia è poesia
quanto lo sforzo di penetrare la realtà, svelarla e raccontarla
tra l'immaginario e il reale c'è il senso del limite
la finitezza d'esser uomini e donne
l'immaginario comporta un'espansione illusoria dell'io e un appiattimento nella dimensione orizzontale
il reale, ben più affascinante, si svela se si accetta il proprio limite nel misurarsi con la materia e è dato dalla tensione tra stato di necessità e trascendenza
l'eccesso satura i sensi:
vista udito olfatto gusto tatto
li satura e li esaurisce
noi siamo saturi
quasi esauriti
io snodo, riannodo e parto
verso il deserto
io tendo al deserto
(Giovanni Lindo Ferretti)
Ah, l'estate che arriva è divisa esattamente come la mia anima. Dall'alba fino alle sei del pomeriggio è futurista e ruggente. Quando piano il sole rallenta, e l'aria calda accenna a rinfrescare, la giornata intera si richiude come un fiore, ed il tempo attende soltanto il tramonto, e dal tramonto inizia l'ora crepuscolare.
Per cui, a quest'ora pienamente neofuturista, lancio la mia sfida al mondo:
"I più anziani fra noi hanno trent'anni: eppure, noi abbiamo già sperperati tesori, mille tesori di forza, di amore, d'audacia, d'astuzia e di rude volontà; li abbiamo gettati via impazientemente, in furia, senza contare, senza mai esitare, senza riposarci mai, a perdifiato... Guardateci! Non siamo ancora spossati! I nostri cuori non sentono alcuna stanchezza, poiché sono nutriti di fuoco, di odio e di velocità!... Ve ne stupite?... E' logico, poiché voi non vi ricordate nemmeno di aver vissuto! Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo una volta ancora, la nostra sfida alle stelle!" (Manifesto del Futurismo, Pubblicato dal «Figaro» di Parigi il 20 febbraio 1909)
Internet è diventata il mio magazzino sentimentale.
E quando utilizzo Google per cercare un qualche testo che non trovo, se è alla mia portata mi premuro di copiarlo io e di scriverlo.
Ora lo farò con questa meravigliosa poesia di Clemente Rebora, che fa il suo esordio integrale su Internet. Se avete cinque minuti leggetela: ogni capoverso meriterebbe una vita intera per essere assaporato a dovere.
E'una poesia crudissima, durissima, verissima. Che scava a fondo.
Sacchi a terra per gli occhi
Sacchi a terra per gli occhi
Trincee fonde dei cuori -
L'età cavernicola è in noi.
*
La casa è un ritrovo
in virtù della zuppa -
e quando manca è una zuffa.
*
Ogni affetto è un disagio:
L'uomo un plagio,
La donna un contagio.
*
Anche chi ama ti grava,
Se per sentirsi in due
Si fa guanciale delle ore tue.
*
Qualunque cosa tu dica o faccia
C'è un grido dentro:
Non è per questo, non è per questo!
*
E così tutto rimanda
ad una segreta domanda:
L'atto è un pretesto.
*
Quasi specchiate cristallo
Sta la coscienza spietata
A chi bràncola opaco.
*
Sul viso c'e' un solco
Per dove scorre il pianto:
Ma l'occhio inaridisce se guarda.
*
C'è un cuneo nel cuore,
E non si osa levarlo
Perchè si teme il getto del sangue.
*
Il lavoro ha manico adorno -
E una rapida lama
Per scassinarti il giorno.
*
La fame inghiotte frumento -
Ma poi è paglia che brucia
In un mignolo d'aria.
*
La voglia divora il momento:
Ma dentro fa ingorgo,
La stitichezza è in profondo.
*
La solitudine è vita -
Ma un nodo scorsoio
Agli altri t'impicca.
*
Sì, puoi rizzare alte mura
E un convento in te stesso:
Ma vive l'anima impura
Del mondo che ha in disprezzo.
*
Tu dici: beata l'acqua
Che non teme di cadere,
E seguendo il pendìo
Sfugge a suo piacere.
*
Così vorresti lontanar le ore
Grevi loro su di te,
E risolvesse il tempo
Ciò che si è sciolto in te.
*
Ma son sì lievi gli uccelli
Per dare peso al volo,
E troppo stanchi i cervelli
Per sollevarsi dal suolo.
*
Eppure la cosa capita
Non redime la cosa sofferta
E la parola senza bacio
Lascia più sole le labbra.
*
Echeggia un mònito immane,
Ma la voce non è presente;
Si ode vagire una culla,
Ma la mamma è assente.
*
Fuga da un vuoto vicino
Verso un luogo lontano
Il trambusto è un inganno;
Tutto è un non fare più in tempo.
*
Il cuor che nell'uomo
Se va in basso è una bomba
Esplode a un ostacolo duro
E fa del presente una tomba.
*
Se tu non issi a bandiera il tuo cuore
Infilzi per te stesso il tricolore,
Se non riveli umanamente il giorno
Fingi una pace che fa guerra al mondo.
*
La giornata d'oggi è sola,
Ha la voce a metà gola;
Le sue avverse mani,
L'una ier l'altra domani,
Tentan sciogliere il tuo nodo
O libertà, che un laccio
Getti come per abbraccio.
*
Ma se opponi resistenza
La vita ti oltrepassa,
Se non hai le mani buche
La vita non ti passa.
*
Nell'imminenza di Dio
La vita fa man bassa
Sulle riserve caduche,
Mentre ciascuno si afferra
A un suo bene che gli grida: addio!
(C.Rebora)
Io ho un sogno americano.
Sogno grandi spazi con un'automobile che va, sogno le villette ampie, con famiglie che si svegliano e fanno colazione in un'enorme cucina, sogno un immensa nazione che lavora, che ha palazzi e computer, e gente che corre, e tanti stati, montagne, colline, campi di grano a perdita d'occhio. Una pompa di benzina, i vestiti addosso alle persone come fossero soltanto appoggiati, una vita da spendere che si perde nei mille rivoli del tempo e delle occasioni perdute, di porzioni di città e paesi costruiti come fossero soltanto appoggiati sulla terra, di bar di periferia luccicanti di neon, souvenir di una terra lontana, quasi fiori trapiantiati in un altro terreno.
Ho un sogno europeo, da dove tutta la civiltà di oggi è nata, e dove la terra è benedetta dal suono delle campane, un unico filo che unisce Santiago con Roma, il castello di Praga con una lapide a Wroclaw, il Big Ben a Londra che suona le dodici mentre a Barcellona la gente cammina per strada, a Milano s'affrettano verso i ristoranti, Vedo ogni paese, ogni chiesa, ogni cimitero dove ogni anno è stato di Grazia o di guerra, dove scrittori hanno scritto tutto quello che si poteva scrivere, e tutto quello che poteva essere scritto aspetta ancora una penna, un foglio, una metropolitana per essere pensata.
I campi eleganti tracciati dai fossati, i suoni di ogni lingua e dialetto che s'incontrano al confine d'ogni strada, dove ciascuna parola porta il peso di mille persone che l'hanno tramandata, impreziosita del proprio sudore, del proprio sangue, del proprio pianto e di momenti di felicità.
Le pietre appoggiate per terra hanno per ogni passo una storia da raccontare, ogni briciola di terra la vita di un uomo che l'ha coltivata, d'un bimbo che è cresciuto, d'una strada che prima o poi l'ha attraversata.
Ho un sogno giapponese, fatto d'un laghetto e d'un ciliegio, d'un sasso bianco, d'un uomo diritto che cammina di spalle, del mare da ogni lato. Un palazzo altissimo a fianco di altri cento palazzi altissimi di cemento e vetro, friggitorie e riso. Fogli scritti in verticale, nero e rosso su petali di carta di riso bianchi.
Ho tre sogni, uno per ogni stagione che muore, e una stagione -l'inverno- dove tutti i sogni crescono vicini.
A minor bird I have wished a bird would fly away (grazie a comearancerosse.splinder.com) Ho trovato, finalmente, una poesia di Robert Frost. Le amiche americane mi avevano detto che è il poeta moderno principale americano, ed io che ho sempre amato la poesia anglosassone non sono mai riuscito a trovare un suo libro. Così -come sempre mi accade- sono rimasto stupito di fronte alla creazione che accade in ogni parola di un grande poeta. Stasera -che sciocco, nemmeno conoscevo questo poeta, e vivevo tranquillo in quest'assenza- per tornare a casa da una riunione sono passato dal Borgo San Giuliano, il quartiere dove è nato Fellini, il borgo antico dei pescatori di Rimini. C'era sospesa nell'aria nera nebbia lieve e bianca, e nella nebbia il profumo dello zolfo, quello che scoppia nei giochi dei ragazzi, quello dei petardi che esplodono lungo le strade e poi si corre spensierati. Per un attimo sono tornato in una giornata di tanti anni fa, quando avevo tredici anni, in un inverno di scuola media. Una giornata di luce, passata con gli amici in spiaggia, soltanto a correre con in mano una scatola di petardi, ragazzi non più bambini, non ancora ragazzi. Il mare era freddo quando con la punta delle mani l'abbiamo toccato, quando abbiamo cercato di farlo saltare in mille spruzzi con un petardo -spento, come accade- dall'acqua. Poi abbiamo trovato il cadavere d'un gatto, morto chissà come, d'una mareggiata o di vecchiaia, e l'abbiamo fatto esplodere cento volte, insensibili alle mille prede, ai balzi ed alle carezze di cui forse era stata la sua vita. Mille volte abbiamo riso di fronte alla sua morte, alla morte che diventava vita grazie al nostro accendino, grazie ad un po'di polvere da sparo pressata nella carta rossa. Vita che esplodeva da un pacchetto da duemila lire preso da una tabaccaia di Bellaria, vita che sgorgava da noi innocente e pura, che sconfiggeva inconsapevole un gatto e del gatto la sua morte.
Robert Frost
And not sing by my house all day;
Have clapped my hands at him from the door
Where it seemed as if I could bear no more.
The fault must partly have been in in me.
The bird was not to blame for his key.
And of course there must be something wrong
In wanting to silence any song.
Un uccelletto
Proprio ho sperato che volasse via
e non cantasse sempre davanti a casa mia
Gli ho battuto le mani dalla porta
Quando non l'ho potuto più sopportare
Il torto dev'esser stato mio in parte
L'uccellino non era da sgidare per la sua voce.
E qualcosa non va, qualcosa manca
In chi vuol far tacere uno che canta.
Ah, Polonia, Polonia. Ho passato il resto dei giorni fra incontri ed appuntamenti, rispondendo e parlando in Inglese e sfoderando il mio polacco da bimbo di tre anni, riscuotendo sorrisi contenti e stupiti delle mie quattro parole, ed incoraggiamenti. Un'edicolante, al mio "Dzien dobry, Pani" "Buon giorno, signora", probabilmente pronunciato con il tono del bambino beneducato che ha appena imparato a parlare agli estranei, mi ha risposto con un "Dzien Dobry, Panu" "Buon giorno, signore", compita e sorridente come probabilmente vi hanno detto anche a voi la prima volta che da bambini avete salutato, solenni e precisi, un estraneo amico dei vostri genitori. Mi ha risposto come al bimbo treenne cui probabilmente somigliavo.
Ed ora, per stupire gli increduli, incoraggiare i tentennanti, addomesticare i passanti, mi esibirò nella mia prima traduzione dal polacco, che farò adesso, se il mio vocabolario pocket mi assiste a dovere (dovevo prenderne uno migliore, Santo Cielo! Lo farò la prossima volta che vado in Polonia!)
E' una bellissima canzone di Kayah, che ancora non ho capito cosa dica, ma che mi brucia in testa da giorni, e che mescola la sua voce con un coro dolcissimo. Il titolo è già bello di suo (questo al momento so cosa vuole dire...), Bylam Roza, Ero una Rosa.
Ero una Rosa
Un tempo ero una rosa per il tuo cuore,
un tempo ero una tua rosa
oggi sono una spina
mentre mi osservi
non una donna.
Dio mi dà
Dio mi toglie
Una volta ero una rosa,
ma adesso non lo sono.
Di tanto in tanto è come se sentissi
ancora che passi attraverso la mia porta
Amore
Di tanto in tanto anche se so che non ne ho il diritto
Perchè non sono tua più.
Ma sul mio tetto di nuovo un nido rinasceva
le rondini tornano al nido
Ed io sognavo che di nuovo fossimo qui
Ritorna amore
Dio mi dà
Dio mi toglie
Una volta ero una rosa
Ma adesso non lo sono.
Di tanto in tanto è come se sentissi
ancora che passi attraverso la mia porta
Amore
Di tanto in tanto anche se so che non ne ho il diritto
Perchè non sono tua più.
Una volta ero una rosa,
ma non lo sono adesso.
Byłam różą
Kiedyś byłam różą dla twojego serca
Kiedyś byłam różą twoją
Cierniem jestem dziś
Gdy się przyglądasz mi
Nie kobietą
Bóg mi daje
Bóg mi odbiera
Kiedyś różą byłam
Lecz nie jestem teraz
Od czasu do czasu jakbym słyszała nadal
Jak przechodzisz przez mój próg
Miły
Od czasu do czasu choć wiem że nie mam prawa
Bo nie jestem twoja już
A na moim dachu gniazdo znów ożyło
Do domu bociany wróciły
A ja śniłam znów że jak one tu
Wrócisz miły
Bóg mi daje
Bóg mi odbiera
Kiedyś różą byłam
Lecz nie jestem teraz
Od czasu do czasu jakbym słyszała nadal
Jak przechodzisz przez mój próg
Miły
Od czasu do czasu choć wiem że nie mam prawa
Bo nie jestem twoja już
Kiedyś różą byłam
Lecz nie jestem teraz
-*-
... non pensavo... una canzone che s'affonda diritta nel petto. Ci ho messo un'ora, ma è un'ora che ne raccoglie tante, sì, proprio tante...
Oggi giornata di rientro in ufficio, dodici ore non-stop di lavoro. Fortuna che dovrei stare a casa...
Appena sono uscito di Messa, sono andato da quella ragazza che mi sedeva accando, e le ho detto "Dzenkuje Bardzo", "Grazie mille", solo perchè aveva illuminato tutti i miei pensieri. E lei m'ha sorriso, un sorriso così azzurro e bianco che nemmeno si sentiva più il freddo, e me ne sono andato subito, perchè almeno rimanesse una fotografia nitida nella mia mente.
Passeggiando dopo la Messa, sono andato nella piazza principale di Wroclaw, e ho preso un po' di arrosto, uno spiedo di mezzo chilo, da una bancarella di quelle che ho visto solo nelle piazze di questa meravigliosa Europa Centrale.
Arrivato quasi ai tre quarti di questa sontuosa cena, ho notato una persona con uno zaino ed un giaccone liso che mi fissava. Dopo altri due morsi gli ho rivolto un gesto, come a dire buono questo spiedino, come a dire perchè mi guardi, come a dire cosa c'è.
Ha equivocato il mio gesto , e mi ha detto "Grazie, grazie" "Dzenkuje! Dzenkuje!", e mi ha preso lo spiedino, e lo ha finito.
...
Che poi.
...
(o forse gli ha soltanto dato vita, ha riempito un gesto vuoto)
Secondo, terzo, quarto giorno in Polonia e ritorno a casa
Che poi
(perchè mi piace iniziare i periodi con "che poi", perchè è come se non si fosse mai interrotto un discorso. In effetti il discorso non s'interrompe mai, fluisce senza fermarsi, transita verso il centro senza apparente principio nè fine)
non ho avuto più il tempo di scrivere dalla Polonia. Ho risposto giusto qui e là a qualche messaggio, qualche missiva veloce
(quale orribile neologismo è e-mail, e come è difficile tradurla senza essere volgari: lettera elettronica? E-lettera?)
Domenica è stata una giornata di sorprendente riposo, e di incomprensioni evitabili: avrei avuto un appuntamento in un luogo che avrebbero dovuto dirmi, ma non riuscendo a comunicarmelo han chiamato l'Ostello, i quali me l'hanno riferito verso le nove di sera, ovvero tre ore dopo il nostro mancato incontro.
Questo mi ha però permesso di andare a Messa, dove mi sono seduto a fianco di un'incantevole ragazza polacca. Deve essersi stupita a causa del mio rispondere in Italiano alle parti della Messa, e dal mio dormire nelle altre parti. Credo di esser riuscito a dormirmi tutta la predica -del resto incomprensibile- in posizione verticale, aiutato dal giaccone zeppo di giornali, riviste, opuscoli, biglietti da visita dei miei vari appuntamenti e allacciato fino in cima, visto che in Polonia non riscaldano le Chiese.
Amo i giunti cardanici, il movimento laterale come di braccio e spalla al lavoro, amo il luccicore del metallo appena forgiato da macchina o da artigiano. Il profumo di plastica delle automobili nuove, il motore rombante e quando si trasforma in mormorio silenzioso chiudendo la portiera, di velocità in velocità, da fermata a fermata. Il cuore pulsante, il concerto per valvole e pistoni, l'aria che raffredda il calore inebriante della benzina che esplode, o il ronzio dell'elettricità che si forma e viaggia governata dai fili, che suonano nel vento. Non il fulmine, barbaro e senza scopo!
La velocità, la vita che inonda le città, i marciapiedi con l'odore di tutto il mondo, l'asfalto e la gomma, l'incontro e la tensione, la differenza di potenziale che scocca fra i piccoli e i grandi, detonando in scintille continue, la fabbrica, dove si forgia ogni giorno un nuovo destino per la materia informe, chi rasoio, chi calcolatore di plastica e silicio, chi alcool pennarello vetro e vernice. Le viti, i chiodi che domano il legno, lo costringono entro i disegni della mente, e come rampicanti crescono nelle case armadi, librerie, tavoli e sedie. Ogni cosa toccata dalla mano dell'artigiano, ogni leva e pulsante di ogni macchina traggono dignità e valore dalla mano che li manovra, e tornano centuplicandone migliaia di volte la forza, la precisione, il desiderio.
Il desiderio di nuovo, il neon che illumina la notte, le strade che -stringhe d'asfalto- tengono stretto il mondo, impedendone il disfacimento, unendo le passioni ed i sogni che in ogni lingua vengono sognati quando solo i lampioni vegliano, ed il blu della sirena della polizia traccia di sè gli intonaci. Sì, le strade d'asfalto, le autostrade dalle quali -se t'affacci sui ponti di grate che le attraversano- puoi vedere scorrere tutte le vite del mondo, senti l'odore, il polline dei posti lontani, delle passioni che muovono ovunque gli uomini, e non li lasciano dormire fino a tardi, li svegliano di notte a guardare fuori, la notte allietata solo dal rumore remoto del traffico. Le auto che passano veloci, e la brezza ne porta lontano il profumo, il suono, il desiderio di un posto lontano.
I palazzi, alti e di cemento forte, e l'erba che cresce negli angoli meno visti, le finestre alle quali s'appendono panni lavati, bandiere, alle quali s'appoggiano ragazze gentili e pensieri liberati.
Amo le traversine del treno, le rotaie che profumano di ferro e grasso e olio di motore, due fili di metallo diritti e vicini fino a dove non si vede altro che traversine e rotaie, ed ecco venire -duro, solido- veloce il treno, d'acciaio e plastica, dominate da una mano soltanto, ed una plancia luccicante di lampadine e sensori e tachimetri mentre il vento sbatte e soffia e spinge contro il vetro che corre e corre e corre -e pare che canti e li vedi attorno ad aspettare, e vedi le partenze ed i ritorni, e le pause in stazione come se il viaggio non fosse che una parentesi tra i due momenti di pausa -i momenti più lunghi sono quelli che spariscono, un'equazione lunga lunga che viene dove l'incognita è chi parte e perchè, e si risolve alla fine- ed invece il viaggio è una lunga poesia dove le parole sono ruote di metallo, ogni lettera è un giunto, una vita, una lamiera, una fusione di plastica e vetro keine gegestande aus dem fenster werfen perchè ciò che è fuori alberi case colli scappa e corre via e chi rimane è il treno, acciaio e ghisa ed elettronica, che non dorme e mangia le rotaie di metallo.
Amo la potenza di ciò che è nuovo, di quello che viene e che sarà, e che è tratto dalla terra senza scopo -donato da Dio perchè sia usato- e che l'uomo piega, forma, fonde e sana fino a farlo diventare futuro, strumento e battaglia di vita.
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