Impetuoso, che non pesa il metallo in sè

..ma tutto l'essere umano ed il suo destino...

Eccomi

Blogger: sazerbi
Nome: Samuele Zerbini
Sono nato nel '76, appassionato lettore. Spendo tutto il mio stipendio in libri e compact disc. Spendo tutto il mio tempo a seguire le mie passioni, e ogni giorno mi meraviglio della bellezza della vita. Se mi vuoi scrivere s a z e r b i @tin.it

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sabato, maggio 03, 2008

"L'acqua, il cielo ed il bosco hanno il loro colore,
sì, però qualche cosa è cambiato;
anche l'aria è la stessa, soltanto che ieri
lui dal fronte non è più tornato"  (Dal fronte non è più tornato, Visotskij-Finardi)

Ci sono alcune persone, nella complessa rete degli affetti raggomitolata nel cuore, che non dovrebbero morire mai. Anche perchè il dolore è sempre unico, solo. E'solo mio, questo dolore. Come quello di mio padre è solo il suo, è quello dei miei fratelli è privato, unico, ed impenetrabile. Così come lo è quello delle mie care cugine, figlie di mia zia, e tale che io non potrò mai penetrare, e loro mai nel mio.

Non potranno mai pensare, capire quanto mi mancherà la zia, perchè per loro è madre, e per mio padre sorella. Nonna per i nipoti, moglie per lo zio.

Io la vedo nelle foto in bianco e nero, che dalla Rocca di Monte Cerignone si faceva ombra al viso, ragazza vestita di bianco nella polvere di tanti anni fa. O quando mi raccontava filastrocche divertenti, parlando di un imbarazzante Torquato Tasso, mentre inviava borse di verdura a tutti i parenti. No, non mi sono ancora sposato, cara zia.

E'passata un'altra giornata di sole, e vento fresco che porta verso l'estate. O vos omnes, che passate per la via, considerate e vedete.

Postato da: sazerbi a 00:07 | link | commenti (13) |
diario minimo, casa mia, voli imprevedibili, magazzino sentimentale

martedì, gennaio 22, 2008

Da bambino, quando ero negli Esploratori Scout, camminavo spesso fra i boschi. E talvolta capitava che, passando sotto un ramo, o fra due alberi più vicini degli altri, un filo di ragno s'attaccava al viso. Infastidito lo toglievo rapido con la mano.

Mi capita ancora d'inciampare in inattesi fili di ragno, che uniscono nascostamente le cose degli uomini e dei loro tempi. Un filo che da Spoon River, ad esempio, arriva a De Andrè e unisce il pensiero di un vecchio suonatore di violino, e lo trasforma in un flautista. Di lì passa a Fellini in Amarcord, in un rapido passaggio in cui un suonatore cieco chiede -stava passando il Rex- cosa mai accadesse. Lo stesso filo passa da Bilòz, questo suonatore che è vissuto a Rimini ai primi del novecento. Era un suonatore cieco di organetto, che suonava ad orecchio valzer e mazurke sentite qui e là per la pianura romagnola, ai tempi della mietitura, sotto il sole, al profumo del mare e delle stoppie arse, del vino spillato di fresco. E questi valzer spesso andavano avanti senza senso, e si perdevano nel ricordo dei suoni, delle voci, del tempo oramai gettato alle spalle.Si spegnevano per poi cominciare dall'inizio, e di nuovo perdersi in niente, come accade spesso di alcuni discorsi e di alcune vite.

Bilòz
Suonava nelle cantine della città
suonava col suo organino
che teneva a tracolla.
Un suonare senza fine
dove poche note strapazzate
si perdevano nel vociare
che aveva attorno.
L’occhio chiuso, senza più luce,
forse dormiva,
forse ripassava nella sua mente
i soliti pensieri,
le solite speranze,
che poi tutto se ne andava a finire in niente
come i suoi valzer.
Bilòz
E sunèva tal cantéini dla zità
e sunèva se su urganéin
che tnéva a tracòla.
Un sunè senza féin
du che pochi nòti strapazèdi
lis pardéva te vusè
cl’aveva atorna.
L’òcc ciùs, senza piò luce,
forse e durmiva,
forse l’arpasèva tla su meint
i solit pensir
al soliti sperenze,
che pu tòtt us n’andèva finì in gnint
cum’è i su valzer.

 (questo post deve molto a Guido Lucchini e a Cristella di blog.riviera.rimini.it/belaburdela, da dove ho anche preso la poesia)

Postato da: sazerbi a 01:31 | link | commenti |
voli imprevedibili, magazzino sentimentale

martedì, novembre 13, 2007

Ultimamente ho sempre più desiderio di unirmi alla confraternita. Parlo della famigerata confraternita del cappello di paglia, cui aderiscono i più insospettabili.
Camminano d'estate con pantaloni corti, scarpacce ed occhiali, ed in testa l'inconfondibile segno d'appartenenza. Una sorta di setta, dedita al vagabondare turistico per l'Italia: quando il sole acceca, quando il caldo non ti lascia scampo, passano loro di lì, quasi per caso.

Come ogni anno, all'arrivo del freddo penso con nostalgia alle giornate d'estate appena passate, così come sognavo l'inverno fatto di casa e libri soltanto pochi mesi fa.
Il freddo scivola sottile nel bavero della giacca, e non lo si lontana se non talvolta, e solo fra braccia amiche.

Postato da: sazerbi a 20:51 | link | commenti |
la confraternita del cappello di, magazzino sentimentale

mercoledì, ottobre 10, 2007

Sarà l'autunno che ho sentito venire, un gatto coloro del legno scuro che s'accoccola di fianco ad un camino da accendere, e filtra dai vetri la pioggia sottile.
Sarà che è sera, ed ho ancora molto da lavorare.

Vorrei scrivere un libro, che si chiami "Quello che fu". Ed un altro, che si chiami "Sarò", ed è scritto con tutti i verbi al futuro, perchè quello che conta è domani, e ciò che saremo è già stato, e quindi non dovrebbe esserci più.

Poi basta sentire una canzone, e t'accorgi che ciò che è stato t'accompagna sempre, e qui e là, forse per il tempo, forse per la pioggia, qualche cicatrice che scricchioli si trova sempre.

C'era il sole, e tutti sorridevano. E'soltanto una foto stampata nella mia mente, che si sovrappone a tante altre, s'ingiallisce un poco negli angoli. E c'era il verde di un parco sul porto, c'erano navi in trasparenza fra gli alberi.
Era un giorno di prima estate, e sui pioppi crescevano quei funghi bianchi e sottili, saporiti, da farci il sugo rosso che s'allarga in bocca, che macchia le camicie bianche.

C'era mia madre, ed i miei zii con una tovaglia larga da stendere sull'erba, in quello strano parco appoggiato sul molo. C'era un uomo alto in cima ad una colonna, ed era una statua con scritto "Dal Commodoro al Mozzo", ed a me piaceva essere il mozzo, che poi si scopriva che in realtà ero un principe e da grande diventavo il comandante della nave. Ed il tempo sembrava non dovesse passare mai.

E c'era l'odore pungente delle sardine, di quel pesce d'argento sottile che mio padre e mio zio metteva sotto sale, in un parco dal quale si vedevano le barche passare.

Postato da: sazerbi a 23:53 | link | commenti |
voli imprevedibili, magazzino sentimentale

venerdì, settembre 21, 2007

E'un po'di giorni che ho in testa un pensiero. Ho sempre amato giocare con le parole, le ho sempre sentite quasi fisicamente: quando leggo, quando scrivo o parlo, o qualcuno scrive e parla, mi pare di vederle contorcersi docili nell'aria ai colpi di maglio (o di pennello, o di fioretto) che che dal nulla le sta creando infligge loro. Un mago che costruisce cio' che non c'e', una polvere stellata che si fa carne o pietra o uomo o sogno, diventa viva e un'istante dopo aver vissuto e' cristallo eterno, e chi l'ha ascoltata vede brillare in se' un poco della sua sostanza.

Ho letto questa cosa di Giovanni Lindo Ferretti. Giovanni Lindo Ferretti e'uno che il deserto l'ha attraversato, ha visto la fine, s'e' immerso nel profondo rosso e ne e' uscito, e per questa lo stesso gruppo di mezzi fighetti intellettualoidi che prima l'osannava ora lo considera un traditore. Ma chi ha trovato la Casa che cercava, quale preoccupazione puo' piu' avere?

Il Chiodo

Il chiodo è ai sedentari:
ove lo pianti resta inchiodato
ultima minimale derivazione edile

il nodo si snoda, si riannoda all'occorrenza
certifica l'arrivo del nomade
e ne dice la partenza

Nomade è un combattente
subisce la forza organizzata e
infligge la forza della sua indomabile presenza

suo rifugio è il deserto:
più facile dirlo in negativo cosa non è
trova la via, la verità, indirettamente

nodo e chiodo dell'uomo è la poesia
poesia è subire la forza dell'essere combattendo

è un'arma la parola
un'arma il tono, il ritmo, forma e sostanza -preziosa-
deve essere forte la parola anche quando è leggera
quando si fa sinuosa
-un rapimento-
un'estasi che brucia e fa silenzio intorno

far fiorire il deserto
primo ed ultimo mondo

qui, ora, s'adora l'apparenza
cosmetica idea di bellezza che nasconde e appiana
ma la bellezza è luce e brilla di verità

non tanto liberare la fantasia è poesia
quanto lo sforzo di penetrare la realtà, svelarla e raccontarla

tra l'immaginario e il reale c'è il senso del limite
la finitezza d'esser uomini e donne

l'immaginario comporta un'espansione illusoria dell'io e un appiattimento nella dimensione orizzontale

il reale, ben più affascinante, si svela se si accetta il proprio limite nel misurarsi con la materia e è dato dalla tensione tra stato di necessità e trascendenza

l'eccesso satura i sensi:
vista udito olfatto gusto tatto
li satura e li esaurisce

noi siamo saturi
quasi esauriti

io snodo, riannodo e parto
verso il deserto

io tendo al deserto

(Giovanni Lindo Ferretti)

Postato da: sazerbi a 16:16 | link | commenti (1) |
manifesto neocrepuscolare neofut, voli imprevedibili, magazzino sentimentale

domenica, luglio 15, 2007

E'strano appoggiare i sandali e la borsa in ordine sul parapetto di un canale di Venezia, quando ti stai per suicidare. Non esattamente un suicidio: è scendere camminando per la scalinata di marmo antica, immergersi nell'acqua dei canali fino a che poi sopra e sotto non ci sia altro che acqua, e niente, niente più aria. Tornare all'acqua e diventare sirena, medusa, pesce veloce del mare, guizzare via senza aria e senza vita.

Del resto, cosa rimane a terra? Una vita spesa a rimpiangere l'amore fatto abbandonare tanti anni fa, a servizio di un fratello duro come il legno e la pietra di cui è fatto il Friuli, duro come la fame della giovinezza, duro come la pietra ed il legno che hanno fatto la fortuna di quel che resta della famiglia.

E poi è facile dire che non se lo aspettavano, che ci ha fregati tutti. Chi ti ha chiuso la vita in una stanza, in un cassetto di pieno di sogni e biancheria intima non può sapere niente di te. Chi è fuggito lontano, rubandoti il senno e l'amore non lo saprà comunque mai.
E'una terra dura il Friuli, una terra che a scavarla sanguinano le mani, e trema, trema forte quando decide che è ora. Fu il terremoto a distruggerla, fu il terremoto a far ricco tuo fratello che commerciava in pietra, che di pietra ha le mani ed il cuore.

Cosa rimane a terra dopo ottant'anni di vita spezzata? Chi ti avrebbe potuto proteggere? Non resta altro che il bene lasciato, che hai depositato di solco in solco nelle nipoti, che non hai potuto lasciare in nient'altro perchè appassito fra le pietre.

Preferisci così, senza troppo rumore, fra il brusio dei turisti, fra lo sciacquio dei canali dove forse hai brillato qualche istante, forse hai lasciato qualche ricordo, passeggiando l'hai raccolto-io non lo so, non posso saperlo- e qualche bacio seppellito nei muri antichi.

Dire addio e farlo a Venezia. E' doloroso, ma ha come un senso, per chi voglia abbandonare la terra e diventare acqua, come acqua scorrere via, infilarsi fra gli interstizi delle pietre e scorrere, fuggire via, lasciar galleggiare dietro la noia ed il dolore ed arrivare in fondo, diventare pioggia sulle montagne, pioggia sulle pianure.
Cadere sulle pietre di questo Friuli duro senza farsi trattenere da nessuno, entrare libera tra le pietre senza che possano fermarti, lavarle dalla noia e dal dolore, fino a che -di pietra in pietra- si raggiunge la terra ed ad essa ci si unisce: nascerà finalmente, nascerà ora qualcosa di bello.

Diventare sirena, medusa, pesce veloce del mare, guizzare via tra le reti ed i pescatori senza farsi fermare, diventare luce e pioggia, e canto e notte.

Forse ti scriveranno sulla tomba, dove per l'ultima volta avranno l'illusione di averti fermata: Argia, fuggita via come un pesce, scivolata via come acqua fra le pietre, ora è luce e pioggia, e ricordo.

Postato da: sazerbi a 00:45 | link | commenti |
voli imprevedibili, magazzino sentimentale

mercoledì, giugno 06, 2007

Internet è diventata il mio magazzino sentimentale.
E quando utilizzo Google per cercare un qualche testo che non trovo, se è alla mia portata mi premuro di copiarlo io e di scriverlo.
Ora lo farò con questa meravigliosa poesia di Clemente Rebora, che fa il suo esordio integrale su Internet. Se avete cinque minuti leggetela: ogni capoverso meriterebbe una vita intera per essere assaporato a dovere.
E'una poesia crudissima, durissima, verissima. Che scava a fondo.


Sacchi a terra per gli occhi

Sacchi a terra per gli occhi
Trincee fonde dei cuori -
L'età cavernicola è in noi.

*

La casa è un ritrovo
in virtù della zuppa -
e quando manca è una zuffa.

*

Ogni affetto è un disagio:
L'uomo un plagio,
La donna un contagio.

*

Anche chi ama ti grava,
Se per sentirsi in due
Si fa guanciale delle ore tue.

*

Qualunque cosa tu dica o faccia
C'è un grido dentro:
Non è per questo, non è per questo!

*

E così tutto rimanda
ad una segreta domanda:
L'atto è un pretesto.

*

Quasi specchiate cristallo
Sta la coscienza spietata
A chi bràncola opaco.

*

Sul viso c'e' un solco
Per dove scorre il pianto:
Ma l'occhio inaridisce se guarda.

*

C'è un cuneo nel cuore,
E non si osa levarlo
Perchè si teme il getto del sangue.

*

Il lavoro ha manico adorno -
E una rapida lama
Per scassinarti il giorno.

*

La fame inghiotte frumento -
Ma poi è paglia che brucia
In un mignolo d'aria.

*

La voglia divora il momento:
Ma dentro fa ingorgo,
La stitichezza è in profondo.

*

La solitudine è vita -
Ma un nodo scorsoio
Agli altri t'impicca.

*

Sì, puoi rizzare alte mura
E un convento in te stesso:
Ma vive l'anima impura
Del mondo che ha in disprezzo.

*

Tu dici: beata l'acqua
Che non teme di cadere,
E seguendo il pendìo
Sfugge a suo piacere.

*

Così vorresti lontanar le ore
Grevi loro su di te,
E risolvesse il tempo
Ciò che si è sciolto in te.

*

Ma son sì lievi gli uccelli
Per dare peso al volo,
E troppo stanchi i cervelli
Per sollevarsi dal suolo.

*

Eppure la cosa capita
Non redime la cosa sofferta
E la parola senza bacio
Lascia più sole le labbra.

*

Echeggia un mònito immane,
Ma la voce non è presente;
Si ode vagire una culla,
Ma la mamma è assente.

*

Fuga da un vuoto vicino
Verso un luogo lontano
Il trambusto è un inganno;
Tutto è un non fare più in tempo.

*

Il cuor che nell'uomo
Se va in basso è una bomba
Esplode a un ostacolo duro
E fa del presente una tomba.

*

Se tu non issi a bandiera il tuo cuore
Infilzi per te stesso il tricolore,
Se non riveli umanamente il giorno
Fingi una pace che fa guerra al mondo.

*

La giornata d'oggi è sola,
Ha la voce a metà gola;
Le sue avverse mani,
L'una ier l'altra domani,
Tentan sciogliere il tuo nodo
O libertà, che un laccio
Getti come per abbraccio.

*

Ma se opponi resistenza
La vita ti oltrepassa,
Se non hai le mani buche
La vita non ti passa.

*

Nell'imminenza di Dio
La vita fa man bassa
Sulle riserve caduche,
Mentre ciascuno si afferra
A un suo bene che gli grida: addio!

(C.Rebora)

Postato da: sazerbi a 00:08 | link | commenti (2) |
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