
Nome: Samuele Zerbini
Sono nato nel '76, appassionato lettore. Spendo tutto il mio stipendio in libri e compact disc. Spendo tutto il mio tempo a seguire le mie passioni, e ogni giorno mi meraviglio della bellezza della vita. Se mi vuoi scrivere s a z e r b i @tin.it
Ah, quando cadono le foglie
Alla Corte del Melograno
ATELIER DI SCRITTURA
Chissà se la riusciamo ad accendere..
Dal Giappone
Daniele Medri, l'esperto
Elena, la piccola fiammiferaia
Il Blog di Carlo Gambescia
Il Grande Mauro Calbi, da Cattolica
Il Magnifico Conte Mac's
Io l'ho visto. E voi non potete capire.
La Cittadella
Le Colibrì...
Lola Corre
Mattiazzi. Detto il grande.
Monte Cerignone e dintorni
Nove mesi a Valencia!
Nove mesi in Slovacchia
Romanzetto breve...
Shiningrain
Una Farfalla Notturna
unattimoprima
Valinaa
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"L'acqua, il cielo ed il bosco hanno il loro colore,
sì, però qualche cosa è cambiato;
anche l'aria è la stessa, soltanto che ieri
lui dal fronte non è più tornato" (Dal fronte non è più tornato, Visotskij-Finardi)
Ci sono alcune persone, nella complessa rete degli affetti raggomitolata nel cuore, che non dovrebbero morire mai. Anche perchè il dolore è sempre unico, solo. E'solo mio, questo dolore. Come quello di mio padre è solo il suo, è quello dei miei fratelli è privato, unico, ed impenetrabile. Così come lo è quello delle mie care cugine, figlie di mia zia, e tale che io non potrò mai penetrare, e loro mai nel mio.
Non potranno mai pensare, capire quanto mi mancherà la zia, perchè per loro è madre, e per mio padre sorella. Nonna per i nipoti, moglie per lo zio.
Io la vedo nelle foto in bianco e nero, che dalla Rocca di Monte Cerignone si faceva ombra al viso, ragazza vestita di bianco nella polvere di tanti anni fa. O quando mi raccontava filastrocche divertenti, parlando di un imbarazzante Torquato Tasso, mentre inviava borse di verdura a tutti i parenti. No, non mi sono ancora sposato, cara zia.
E'passata un'altra giornata di sole, e vento fresco che porta verso l'estate. O vos omnes, che passate per la via, considerate e vedete.
Se Ciajkovskij nella sua opera 49 Ouverture 1812 inizia con un canto d'una Chiesa Ortodossa, mi prende una sottile malinconia, per quel pezzo d'anima che trasvola i confini ed i tempi e mi sposta fra Patrie che non esistono più, mi trasporta dalla Polonia alla Boemia, alle corti dello Zar o dell'Imperatore.
Ilic, si chiamava, e viveva in un mondo che m'appartiene più di questo che vivo, e che camminava leggero e spensierato verso la sua fine, verso l'esplosione caricata a sangue.
Un secolo atroce e bellissimo, il diciannovesimo, iniziato con i cannoni di Napoleone, e terminato con un mondo completamente diverso: chi avrebbe mai letto nelle stelle o nei libri il passo dei soldati sul Piave, o il bombardamento di Dresda? Chi mai nel fumo che usciva dai caseggiati dei tanti poveri, nel suo disegnare silenzioso avrebbe saputo intravedere nel cielo l'immensa esplosione di Hiroshima, il sangue sulla Somme, le bombe, le bombe che ancora talora si ritrovano nei campi, o le schegge che la pioggia e l'aratro portano a galleggiare nelle arature della Francia del Nord?
Quando s'accendeva un quartetto a Vienna o a Napoli, quando un violino e due note aprivano sorrisi nelle labbra delle nobildonne e nelle mogli dei banchieri, dalle sale era ermeticamente sigillato fuori il buio che denso si dipingeva a colate nel futuro, l'ansia smodata di cose nuove, i veleni sparsi da libri e idee?
A volte m'immagino gli archi e i corni, i fiati e tutta l'orchestra che suona. Tutti i gesti così come li volle il compositore. Ed io ascolto quasi due secoli dopo, nell'intreccio tecnologico che in un incomprensibile infinita serie di punti microscopici e linee incisi sul mio cd, quello che suonava nei pensieri di Ciajkovskij, quello che sentivano i nobili elegantissimi e le ragazze sottili. Forse, se sto attento, ne ascolto anche i respiri, i sogni e le notti di quelle case fredde, senza difesa dal tempo, in cui la vita volava e si spandeva in disegni mai pensati, come a volte si vedono le fiamme nel camino, i bambini ridono a giocare in sottofondo alle spalle, e qualcuno si perde ad osservare, impotente e trasognato, come piano il fuoco spande fumo che via via se ne esce, e si disperde lento nell'aria.
Quando l'inverno inizia a nascondersi, s'avvicina la primavera, a sera ci se ne avvede. L'aria diventa fragrante, buona, che un poco la morderesti. Sarà la terra che umida di freddo inizia a scrollarsi di dosso i mesi passati, sarà quell'accenno di allegria che si passa di via in via, di passante in passante, di saluto in saluto. Il buio arriva presto, ma quasi scintilla il selciato del centro, l'asfalto delle strade. Un'aria di fretta, di attesa prende la città, in attesa che si spenga un poco più oltre la linea della notte.
Tornando a casa sullo scooter, sul mio SpiritOfSaintLouise (II) la notte si faceva morbida attorno alle ruote, brillava ai fanali delle auto, s'accendeva al passare dei lucidalabbra delle ragazzine.
San Valentino era vestito di nuovo, e portava due bambole in dono.
Trovare in una tasca di una giacca dismessa una banconota, vedere alla mattina svegliarsi di rosa il cielo, avere tempo per passeggiare lungo il selciato del vecchio paese dove la mia famiglia ha origine.
Ricevere un'email di una cugina cara, sognare, sognare intensamente.
Scrivere, leggere -e a volte, anche se a fatica, far tornare i conti con la vita-.
Non avere un soldo in tasca, ma sapere come trovarli. Crescere, vivere intensamente.
Viaggiare in tutta Europa, osservare da sopra la pioggia, come Lindbergh, un tramonto lunghissimo e vasto.
A questo mi sto dedicando, negli ultimi tempi.
Sembra un plazer stilnovista, Guido i' vorrei che tu Lapo ed io. Lapo dovevo chiamarmi, e invece scelsero Samuele.
Samu i' vorrei, che tu Lapo ed io.
Avere, talvolta, nostalgia di qualche amico lontano, di qualche altro amico che vorrei vedere più spesso, e sentire stringere la mancanza di chi invece rivedrò soltanto l'Ultimo dei giorni.
Amare alla stessa maniera la pace dell'Appennino e il ruggire d'acciaio di macchine e camion e fabbriche.
Vivere, desiderare intensamente, e vivere altrettanto forte.
Desidero l'alba di ogni nuovo giorno, il rumore del mattino, la pace del meriggio (pallido, assorto talvolta), lo sfavillio della notte.
Desidero, sogno, vivo.
Io ho un sogno americano.
Sogno grandi spazi con un'automobile che va, sogno le villette ampie, con famiglie che si svegliano e fanno colazione in un'enorme cucina, sogno un immensa nazione che lavora, che ha palazzi e computer, e gente che corre, e tanti stati, montagne, colline, campi di grano a perdita d'occhio. Una pompa di benzina, i vestiti addosso alle persone come fossero soltanto appoggiati, una vita da spendere che si perde nei mille rivoli del tempo e delle occasioni perdute, di porzioni di città e paesi costruiti come fossero soltanto appoggiati sulla terra, di bar di periferia luccicanti di neon, souvenir di una terra lontana, quasi fiori trapiantiati in un altro terreno.
Ho un sogno europeo, da dove tutta la civiltà di oggi è nata, e dove la terra è benedetta dal suono delle campane, un unico filo che unisce Santiago con Roma, il castello di Praga con una lapide a Wroclaw, il Big Ben a Londra che suona le dodici mentre a Barcellona la gente cammina per strada, a Milano s'affrettano verso i ristoranti, Vedo ogni paese, ogni chiesa, ogni cimitero dove ogni anno è stato di Grazia o di guerra, dove scrittori hanno scritto tutto quello che si poteva scrivere, e tutto quello che poteva essere scritto aspetta ancora una penna, un foglio, una metropolitana per essere pensata.
I campi eleganti tracciati dai fossati, i suoni di ogni lingua e dialetto che s'incontrano al confine d'ogni strada, dove ciascuna parola porta il peso di mille persone che l'hanno tramandata, impreziosita del proprio sudore, del proprio sangue, del proprio pianto e di momenti di felicità.
Le pietre appoggiate per terra hanno per ogni passo una storia da raccontare, ogni briciola di terra la vita di un uomo che l'ha coltivata, d'un bimbo che è cresciuto, d'una strada che prima o poi l'ha attraversata.
Ho un sogno giapponese, fatto d'un laghetto e d'un ciliegio, d'un sasso bianco, d'un uomo diritto che cammina di spalle, del mare da ogni lato. Un palazzo altissimo a fianco di altri cento palazzi altissimi di cemento e vetro, friggitorie e riso. Fogli scritti in verticale, nero e rosso su petali di carta di riso bianchi.
Ho tre sogni, uno per ogni stagione che muore, e una stagione -l'inverno- dove tutti i sogni crescono vicini.
Casa mia ha, fra i tanti pregi, quello di essere davvero casa mia.
Più precisamente, casa mia non è dove vivo: dove vivo è sì casa mia –nonostante la convivenza obbligata con una varia umanità di amici che permette di dividere spese e tenere separati sogni e progetti- ma casa mia è dove so di essere a casa mia.
E casa mia l’hanno costruita -pagando con sogni bruciati per sogni più grandi, e rinunce, e sacrifici, e sofferenze- mio padre e mia madre. Poi siamo venuti fuori noi quattro figli, più almeno altri tre –di altro non so- che non ce l’han fatta ad aggiungersi ai pionieri.
Visto che ne parlerò poco o niente, almeno lo dico ora: due erano gemelli, che io volevo chiamare Giulio e Cesare, oppure Adolfo e Benito. Avevo dodici anni e dicevo molte sciocchezze, come ora che ne ho trentuno, ma non così tante da immaginare che potevano anche essere femmine. Erano maschi comunque, e forse uno si sarebbe chiamato Nicolò. Ma purtroppo sono morti –morire, ahimè, accade- prima di comparire al mondo, e talvolta penso a loro, ad altri due che si sarebbero infilati tra di noi.
E poi ce n’è un’altra –perché dico un’altra? In realtà non sono sicuro fosse una femmina, è solo un ricordo vago- ma arrivò davvero troppo tardi, e forse si smarrì. Quando penso a lei penso a mia madre con la sua vestaglia bianca, nervosa davanti al pianoforte in camera sua. Ecco, potevo conoscere altri tre miei fratelli, e non averlo potuto fare mi dispiace: quando alla fine dei tempi mi presenterò a Pietro chiederò di loro, li riconoscerò subito, e mi farò raccontare tutto quello che non hanno fatto, non hanno visto, tutto quello che non mi hanno mai detto.
Faccia a terra le incorporee Legioni,
gli Arcistrateghi di luce,
i nostri denti affondano nelle carni dei cieli…
Ma le nostre bocche mai svezzate,
in eterno grondanti la purpurea
gloria ciecamente donata
e ciecamente ricevuta,
si ostinano a impetrare
(con desiderio ho desiderato…)
per te, per te, signore,
la pace che sovrasta ogni ragione,
ogni intendimento, ogni rapimento; la pace
che non ti possiamo dare…
(Cristina Campo, Diario Bizantino, III)
La meraviglia di ciò che è, di ogni cosa - di ogni cosa! - in un circolo di estenuante bellezza è espresso cristallino e morbido nelle parole di Cristina Campo.
Ma è il miracolo supplementare che mi stupisce sempre! E' la stessa bellezza, dello stesso segno e sapore, come fosse una firma della stessa mano, che ho trovata ieri sera alla Veglia d'Armi, nelle parole che di notte hanno il sapore di fumo e di tante notti passate nello stesso modo. E poi oggi, camminando e giocando sotto l'acqua che talvolta batteva, talvolta si fermava.
Per sette volte, ripetere le stesse parole, appositamente impersonali, perchè quello che è vero, quello che conta, è uguale ed infinito, ed indicibile. Cosa chiedi di diventare? Per quanto tempo?
Se Dio vuole per sempre.
Nella testa mi volano talvolta brevissime immagini. Sono poco meno che lucciole nelle notti d'estate, più leggere di carta velina. Sono l'improvvisa apparizione di poche parole messe l'una di fianco all'altra, sono la meraviglia di una Creazione minore concessa agli uomini. E volano leggere nella testa, si fanno talvolta un poco inseguire. Due, tre parole, cinque forse. Se le raccolgo, e dedico loro un po' di tempo subito germogliano, e nasce qualcosa che prima non c'era.
E'questo il modo in cui scrivo: è il polso che rapido cattura con la rete un'idea, è un'idea nelle mie mani che so seminare e rapidamente curare.
Basta non prenderle al volo, basta lasciarle un attimo di più galleggiare nella memoria, e spariscono: come gli occhi di chi non siamo riusciti mai a trattenere.
Suona nella stanza la Grande Polacca Brillante. Opera 22 di Chopin. Arturo Benedetti Michelangeli è qui con me, e torna nell'ombra dietro lo schermo del mio calcolatore: amò così tanto la musica da incarnarsi nella delicata e variabile perfezione di farfalla degli spartiti, delle note disegnate. Amò così tanto quella perfetta fragilità da odiare l'imperfezione carnale di cui gli uomini sono fatti, da odiare la sinfonia sghemba che il sangue fa cavalcando nelle vene, il concerto di tamburi tribali dei cuori nei petti, dei passi nelle strade, degli affetti, dell'amore, della morte e dell'addio.
Ci sono giorni che nell'aria c'è un profumo particolare, una strada, un colore, ed allora mi prende allo stomaco una nostalgia che vorrei correre e correre.
Perchè intanto la primavera a Rimini si sta facendo, perchè non tutto quello che manca col tempo si fa, perchè non si riempie il vuoto che avevo di fianco nel letto.
Solo che ci si abitua a volare soli.
Signore, fa io che io possa sempre desiderare piu' di quanto possa realizzare (Michelangelo Buonarroti)
La neve, la neve su Cracovia! Cadeva a fiocchi grandi, soffiata a danzare dal vento. Sono uscito di corsa, la sciarpa annodata stretta al viso, fino a raggiungere la piazza principale, e godermi cosi' due meraviglie convocate nello stesso luogo. La piazza del mercato non era vuota: chi si muoveva veloce fra i fiocchi erano le stesse persone che poco prima camminavano forse ignari della bellezza a cui stavano per assistere, ed ora ridevano, guardavano in alto e dicevano -La neve! La neve!- come se la neve fosse la novita', come se ogni volta che c'e' la neve non sembri che tutto possa ricominciare da capo.
Poi, sono entrato un attimo in Chiesa, ed ho sentito forte il desiderio di andare al Santuario della Divina Misericordia, dove visse e mori' in silenzio Santa Faustina Kowalska. Sono partito appena finiti tutti gli appuntamenti, e per un caso curioso sono arrivato giusto in tempo per l'ora della Misericordia.
-fra un attimo esco, a respirare nell'ultima passeggiata un altro poco di Cracovia-
Santa Faustina e' un piccolo seme che ha germogliato nel tempo. Sono stato piu' di un'ora li', e passeggiando attorno al santuario sono entrato nel cimitero della congregazione. Il cielo era grigio e bianco di neve, ed il vento passava veloce attraverso la cancellata. Ordinate, erano deposte le tombe, piccoli tumuli di terra sui quali era cresciuta l'erba. Ho letto i nomi, le date, il tempo immobile che vedevo agganciato a quelle croci di ferro, nude ed orgoglioso del proprio silenzio, che proseguiva semplicemente quello della loro vita.
Le ho guardate una ad una, ho provato ad immaginare il regolare ticchettio dell'orologio ed il suono delle campane, il succedersi delle funzioni, delle ore, dei pasti e delle preghiere. Piu' sottile pensare ai piccoli screzi, i mali ed il dolore nascosto, le tentazione e le fughe di ciascuno, i ritorni, il macerarsi nel silenzio durante gli anni, in attesa della beata Speranza.
Ho pregato con un Lux Aeterna, ed ho proseguito con dona eis Domine, anche se uscendo ho pensato fosse meglio chiedere a loro di pregare per me.
Piano mi sono avviato verso il tram, verso la strada, verso la citta'. Prima di andare al mio ultimo appuntamento, che era per cena, sono passato per il quartiere ebraico, a rivedere qualcosa che amo da sempre: era tutto li', tutto intero il dolore che esplose dentro quelle mura, a causa dell'uomo, sovrastato -anche se di poco- dall'incommensurabile bellezza che solo l'uomo, che e'immagine di Dio, puo; costruire. I vicoli ricurvi, le sinagoghe altissime, la Cattedrale di Cracovia: come fosse una strada che dalla morte conduce alla Vita Eterna...
A minor bird I have wished a bird would fly away (grazie a comearancerosse.splinder.com) Ho trovato, finalmente, una poesia di Robert Frost. Le amiche americane mi avevano detto che è il poeta moderno principale americano, ed io che ho sempre amato la poesia anglosassone non sono mai riuscito a trovare un suo libro. Così -come sempre mi accade- sono rimasto stupito di fronte alla creazione che accade in ogni parola di un grande poeta. Stasera -che sciocco, nemmeno conoscevo questo poeta, e vivevo tranquillo in quest'assenza- per tornare a casa da una riunione sono passato dal Borgo San Giuliano, il quartiere dove è nato Fellini, il borgo antico dei pescatori di Rimini. C'era sospesa nell'aria nera nebbia lieve e bianca, e nella nebbia il profumo dello zolfo, quello che scoppia nei giochi dei ragazzi, quello dei petardi che esplodono lungo le strade e poi si corre spensierati. Per un attimo sono tornato in una giornata di tanti anni fa, quando avevo tredici anni, in un inverno di scuola media. Una giornata di luce, passata con gli amici in spiaggia, soltanto a correre con in mano una scatola di petardi, ragazzi non più bambini, non ancora ragazzi. Il mare era freddo quando con la punta delle mani l'abbiamo toccato, quando abbiamo cercato di farlo saltare in mille spruzzi con un petardo -spento, come accade- dall'acqua. Poi abbiamo trovato il cadavere d'un gatto, morto chissà come, d'una mareggiata o di vecchiaia, e l'abbiamo fatto esplodere cento volte, insensibili alle mille prede, ai balzi ed alle carezze di cui forse era stata la sua vita. Mille volte abbiamo riso di fronte alla sua morte, alla morte che diventava vita grazie al nostro accendino, grazie ad un po'di polvere da sparo pressata nella carta rossa. Vita che esplodeva da un pacchetto da duemila lire preso da una tabaccaia di Bellaria, vita che sgorgava da noi innocente e pura, che sconfiggeva inconsapevole un gatto e del gatto la sua morte.
Robert Frost
And not sing by my house all day;
Have clapped my hands at him from the door
Where it seemed as if I could bear no more.
The fault must partly have been in in me.
The bird was not to blame for his key.
And of course there must be something wrong
In wanting to silence any song.
Un uccelletto
Proprio ho sperato che volasse via
e non cantasse sempre davanti a casa mia
Gli ho battuto le mani dalla porta
Quando non l'ho potuto più sopportare
Il torto dev'esser stato mio in parte
L'uccellino non era da sgidare per la sua voce.
E qualcosa non va, qualcosa manca
In chi vuol far tacere uno che canta.
Pochi giorni ancora ai trentuno anni. Quando aveva trentuno anni mio padre era già carabiniere da tempo, e si sposava con mia madre.
-Tra gli mp3 scegliamo Finardi, il Finardi che preferisco è quando canta il Fado, la mia canzone è saudade, o quello in cui interpreta meravigliosi brani altrui-
Un Oceano di Silenzio, senza centro nè principio (eppure c'è un entro, verso il quale piano transitiamo).
Dovrei essere in viaggio stanotte, avevo scelto volentieri di essere in viaggio, ma mia sorella Sira è a Rimini, e sta annunciando il suo matrimonio agli amici, e domani andrà dai miei zii a Monte Cerignone. Così i miei zii mi hanno chiamato, e m'hanno chiesto di essere lì anch'io.
Trentuno anni io, mia sorella minore si sposa.
E io, sciocco, avevo sempre pensato che tutto fosse sempre uguale, come l'invitato ad una festa che non guarda l'orologio. Il tempo passa lo stesso, fuori il sole si colora d'oro ed arancio, le nubi di rosa. Così non è sempre tutto uguale, ed i treni partono, arrivano, l'orario appesa alla stazione ondeggia al vento.
-Jesus Bleibet Meine Frunde, di Bach intanto riempie la stanza, s'alza assieme al filo di fumo annodato, sparso, ancora a volute, ancora soffiato-
"Andrea. Marito, mio marito" dirà presentandosi fra qualche mese, come diceva "Samuele? E'mio fratello" quando era quasi perseguitata dal mio essere ovunque da ragazzi "Sira, sei la sorella di Samuele?".
Si spezzava la punta della matita cadendo dal banco.
- Stelle già dal tramonto, si contendono il cielo a frotte, luci meticolose nell'insegnarti la notte- De Andrè cantato da un'altra voce graffia di più, si fa guardare da un'altra frazione d'angolo. Gli uomini della sabbia hanno profili d'assassini.
Ma rimaniamo sempre bambini, mi guardo e sono lo stesso che passava le nottate a leggere, riaccendeva la luce dopo che mio padre era passato a spegnere, sono lo stesso che si metteva in cucina per non stare da solo mentre mia madre lavava i piatti, e lo sciacquio era cornice di un silenzio lieto.
Se avrò mai una figlia la chiamerò Marija Sakura -sempre se la mia potenziale moglie sapendolo non mi lasci prima- perchè nel suo nome troverò le cose che amo di più.
Stasera la notte s'inarca lenta fra i pensieri, si disfa nell'aria tra me e lo schermo ad inseguire i cerchi di nastro del fumo -come fosse incenso nel braciere, o olio di rosa bulgara che brucia tutta la notte-.
Non che mi aspettassi di meno. Ma ancora una volta abbiamo dimostrato al mondo di che pasta siamo fatti, io ed il mio scooter SpiritOfSaintLouise.
Ne siamo usciti acciaccati, ma non domati.
Per fermarci abbiamo dovuto fare due incidenti, uno dopo mezz'ora l'altro. E anche dopo il secondo ci siamo rialzati, e come se nulla fosse successo l'uno ha messo in moto l'altro e siamo tornati a casa.
Bilancio finale: cerchione anteriore del mio aereo distrutto, e per me un po' di acciaccature qui e là assieme alla X costola incrinata.
La prossima volta non sarò così gentile con l'asfalto viscido e lo spartitraffico d'una rotatoria.
Ero libero.
Libero, l'aria fredda, il sole accecante sul ghiaccio del lago gelato.
Libero, l'azzurro più intenso in alto, i pini e gli abeti intorno.
Un respiro, un passo scivolato, lungo, ed il mio pattino tagliava un altro po' di ghiaccio verso il centro del lago. Un altro respiro, un altro passo, più veloce, più veloce respiro, un altro, un altro, il respirare corto, rapido, un passo ancora, un piede avanti, un altro di lato, la lama taglia il ghiaccio, e ancora, e ancora.
Sempre più breve il respiro, la riva più lontana da un lato, più vicina dall'altro.
Solo, solo e libero. Sereno.
Lontani gli altri, nel recinto della pista da pattinaggio. Non li sentivo, non li sentivo più.
Pieno il petto d'aria fredda, leggera di montagna.
Un altro passo, le minuscole schegge di ghiaccio via, via, i segni sul lago uno dopo l'altro.-
La superficie ghiacciata, qualche rametto sospeso nel luogo indefinito che si crea tra il ghiaccio ed il ghiaccio, qualche bolla d'aria imprigionata. Solo lo scricchiolio leggero delle lame dei miei pattini.
Ero sul lago di Lavarone, da solo.
Torno indietro, un altro segno, un altro passo scivolato e mi siedo sulla riva. E poi la nostalgia della libertà di poco prima. Esito un istante, e poi no, no, devo rifarlo.
E torno, gli occhi mi brillano dello stesso luccicore dell'acqua gelata, dello scintillamento della mia libertà.
Fino esattamente al centro del lago, fino a dove posso vedere tutto dal centro, dal principio.
Libertà è stato il respiro di ieri: questo mi porto dentro dei giorni di vacanza, questo è il segno di tutto il resto. I polmoni pieni di quest'aria purissima, del cielo e degli abeti.
Ero azzurro, libero, felice.
Hayley Westenra
Vashti Bunyan
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