Nome: Samuele Zerbini Sono nato nel '76, appassionato lettore. Spendo tutto il mio stipendio in libri e compact disc. Spendo tutto il mio tempo a seguire le mie passioni, e ogni giorno mi meraviglio della bellezza della vita. Se mi vuoi scrivere s a z e r b i @tin.it
Da bambino, quando ero negli Esploratori Scout, camminavo spesso fra i boschi. E talvolta capitava che, passando sotto un ramo, o fra due alberi più vicini degli altri, un filo di ragno s'attaccava al viso. Infastidito lo toglievo rapido con la mano.
Mi capita ancora d'inciampare in inattesi fili di ragno, che uniscono nascostamente le cose degli uomini e dei loro tempi. Un filo che da Spoon River, ad esempio, arriva a De Andrè e unisce il pensiero di un vecchio suonatore di violino, e lo trasforma in un flautista. Di lì passa a Fellini in Amarcord, in un rapido passaggio in cui un suonatore cieco chiede -stava passando il Rex- cosa mai accadesse. Lo stesso filo passa da Bilòz, questo suonatore che è vissuto a Rimini ai primi del novecento. Era un suonatore cieco di organetto, che suonava ad orecchio valzer e mazurke sentite qui e là per la pianura romagnola, ai tempi della mietitura, sotto il sole, al profumo del mare e delle stoppie arse, del vino spillato di fresco. E questi valzer spesso andavano avanti senza senso, e si perdevano nel ricordo dei suoni, delle voci, del tempo oramai gettato alle spalle.Si spegnevano per poi cominciare dall'inizio, e di nuovo perdersi in niente, come accade spesso di alcuni discorsi e di alcune vite.
Bilòz
Suonava nelle cantine della città
suonava col suo organino
che teneva a tracolla.
Un suonare senza fine
dove poche note strapazzate
si perdevano nel vociare
che aveva attorno.
L’occhio chiuso, senza più luce,
forse dormiva,
forse ripassava nella sua mente
i soliti pensieri,
le solite speranze,
che poi tutto se ne andava a finire in niente
come i suoi valzer.
Bilòz
E sunèva tal cantéini dla zità
e sunèva se su urganéin
che tnéva a tracòla.
Un sunè senza féin
du che pochi nòti strapazèdi
lis pardéva te vusè
cl’aveva atorna.
L’òcc ciùs, senza piò luce,
forse e durmiva,
forse l’arpasèva tla su meint
i solit pensir
al soliti sperenze,
che pu tòtt us n’andèva finì in gnint
cum’è i su valzer.
(questo post deve molto a Guido Lucchini e a Cristella di blog.riviera.rimini.it/belaburdela, da dove ho anche preso la poesia)